Nel silenzio ormai amico di questa quarantena, la sensazione di immobilità nasconde mille pensieri, dubbi e incertezze. Eppure questo silenzio mi piace. Non sono di quelli che ogni giorno urlano parole e riempiono i social di proteste e contestazioni, pur essendo io estremamente critica e puntigliosa. Non faccio parte della schiera di genitori disperati perché chiusi in casa coi propri figli, desiderosi di tornare ad una normalità che in realtà non sarà tale per diverso tempo, non vivo questa clausura forzata e necessaria come un dramma insostenibile, ho dubbi e preoccupazioni ma credo che le vere tragedie siano ben altre.
Sono molto stanca delle continue polemiche, sopratutto quando si raggiungono quei toni estremi e melodrammatici che trovo davvero fuori luogo, nel momento in cui praticamente mezza Italia piange i propri cari e ci troviamo a fronteggiare qualcosa di assolutamente nuovo, inaspettato, devastante, qualcosa di cui forse facciamo fatica a percepire le vere dimensioni: a volte ho l’impressione di essere finita in quei primi vecchissimi film di fantascienza dove la Terra veniva invasa da virus alieni. Peccato che nella realtà non ci sia l’eroe di turno che viene a salvarci, con la soluzione in tasca, l’antidoto a tutti i nostri mali. Stavolta tocca ad ognuno di noi fare l’eroe, possibilmente silenzioso, con la consapevolezza che attenersi alle regole, imparare a gestire questa nuova vita piena di precauzioni, aiuta tutti ad avere un pizzico di speranza in più, ci tutela da qualcosa che nessuno, prima di pochi mesi fa, poteva immaginare diventasse una pandemia globale.
Per la verità, io neanche la conoscevo la parola pandemia. Tutto ciò che non si conosce, ovviamente, spaventa. Capisco la paura, capisco le preoccupazioni, capisco tutto il tumulto emotivo che ciascuno di noi vive, è l’esagerazione individualista che non capisco, e credo che il vero problema di questa pandemia non siano le scuole chiuse e i figli a casa, il problema non è gestire il tempo dei nostri figli, costretti, poverini, ad una vita di sacrifici il vero problema è che siamo chiusi in casa con noi stessi: questa emergenza sanitaria ci ha messo tutti davanti lo specchio, con le nostre fragilità, le nostre ansie, le nostre mancanze.
All’inizio di questa quarantena ero molto preoccupata. Temevo sopratutto che mio figlio potesse perdere del tempo prezioso, perché stare chiusi in casa, per un bambino il cui handicap primario è l’interazione sociale, vuol dire davvero perdere una possibilità importante, in un periodo fondamentale della sua crescita in cui si plasmano i suoi comportamenti, in cui ancora ho la certezza di poterlo aiutare ad interagire con gli altri. Per l’ennesima volta tutte le mie certezze sono andate in frantumi. Per l’ennesima volta la mia vita si è complicata in maniera assolutamente inaspettata. E mi sono arrabbiata. Molto. E’ facile per me essere arrabbiata. Mi sveglio a giorni alterni arrabbiata con qualcuno o qualcosa, perché è l’unico sentimento che posso permettermi in questo stato di allerta continuo che è la vita con l’autismo. Non posso permettermi di avvilirmi, di deprimermi, di rattristarmi. Devo mantenere un buon livello di arrabbiature che mantenga vivo il mio desiderio di combattere non contro l’autismo, che è semplicemente il modo di essere di mio figlio, ma contro tutto ciò che ruota intorno, una società assolutamente non pronta ad accogliere e sostenere la diversità. Contemporaneamente, non devo permettere alla rabbia di sopraffarmi, di annientare i miei buoni propositi, di rendermi la vita amara. Dentro di me, il pulsantino della rabbia è sempre pronto a scattare, per ogni piccola cosa. Paradossalmente però, è il sentimento che ho imparato a gestire meglio, in questi ultimi anni, a contenere e indirizzare in modo costruttivo, per me e per mio figlio. Gestire la rabbia è una lunga e costante pratica: quindi certi giorni mi arrabbio e basta, non pensate che io sia improvvisamente diventata buona e brava, assolutamente no! Cerco solo di avere chiaro davanti agli occhi gli obiettivi, cerco di guardarmi allo specchio e ricordare a me stessa che le tragedie sono altre, che nonostante tutto io sono fortunata, che in fondo questa quarantena la stiamo facendo dentro casa, in salute, con tutti i comfort e un po’ di disordine in più.
In un batter d’occhio siamo passati da una vita rumorosa e sovraffollata ad una quotidianità lenta, silenziosa, probabilmente noiosa. Qualcosa a cui non eravamo più abituati. Improvvisamente abbiamo tempo. Tempo per guardarci allo specchio e renderci conto che forse quel tempo non lo sappiamo più gestire, per osservare che l’immagine che lo specchio ci rimanda forse è diversa da quella che sentiamo nostra, perché in quello specchio ci siamo solo noi, nessun altro, nessuna via di fuga, nessuna bugia. Forse per la prima volta possiamo renderci conto che davvero non sappiamo cucinare, perché ora siamo costretti a farlo, non sappiamo tenere a bada i pensieri negativi, perché ora siamo costretti a farlo, non sappiamo inventarci giochi coi nostri figli, perché ora siamo costretti a farlo, non sappiamo di essere così come lo specchio ci vede. Eppure, neanche riusciamo a vedere quei riflessi di novità che lo specchio ci rimanda.
Siamo tutti un po’ meno bravi a gestire la vita in quarantena, nessuno ci ha insegnato a stare in casa ventiquattro ore su ventiquattro. Potremmo diventare tutti molto più bravi, se solo perdessimo un po’ di tempo davanti quello specchio a ritrovare i nostri sorrisi, i nostri sogni, la nostra fantasia, piuttosto che continuare a inveire contro tutti e tutto, lamentosi fino allo sfinimento, insopportabili, davvero.
Non voglio guardarmi allo specchio e vedere una persona arrabbiata. Perchè io stessa sono lo specchio per mio figlio, è attraverso me che lui conosce e codifica il mondo. Devo gestire la sua rabbia a la sua frustrazione e renderle funzionali, non distruttive, né per lui né per me. Devo potergli ritornare un’immagine serena, accompagnarlo in un percorso di crescita che non è più soltanto suo ma è principalmente mio, perché sono io quella che sta imparando a guardarsi di nuovo allo specchio e cercare altri riflessi, altri soluzioni, altre me stessa possibili.
Questo, credo, siamo noi genitori per i nostri bambini. Lo specchio del mondo, della vita, dei loro futuri possibili, l’immagine degli uomini e delle donne che diventeranno, quel miscuglio di riflessi che emerge dai loro caratteri, dalle loro individualità, sfumato nelle somiglianze con noi genitori. E’ attraverso noi che i bambini possono imparare a conoscersi, a relazionarsi, prima di tutto con se stessi. E allora credo che, per quanto difficile e insopportabile, questa quarantena possa essere una grande occasione di guardarci allo specchio, scoprirci tutti un po’ più sorridenti, e guardar crescere i nostri bambini dando loro gli strumenti giusti per interpretare il mondo fuori dalle mura di casa, e dentro casa, insegnando loro ad affrontare le difficoltà della vita nella consapevolezza di volerli crescere forti, sicuri, determinati.
Lasciamoci contagiare dalla meraviglia delle loro prime volte davanti lo specchio, quando si scoprono altro da se, e si guardano, e si studiano, eppoi capiscono che quei bambini che sorridono e fanno boccacce sono loro stessi, e imparano pian piano a riconoscersi e gestirsi, nuovi, diversi, più consapevoli e completi.
Alessandra
Ps: il video che avete visto è una deliziosa favola scritta e illustrata da Nadia Fantacci, in arte Balemami, che dalla quarantena ha tirato fuori qualcosa di magico, un progetto speciale nato da una semplice domanda, una storia per tutti i bambini, una storia che comincia così: “Qualche giorno fa come era inevitabile che fosse anche Jacopo mi ha chiesto: Mamma ma cosa è? Ebbene da allora mi sta gironzolando per la testa che vorrei spiegarlo ai bambini con una storia fatta di mostriciattoli da combattare, cavalieri in soccorso dalle bianche e scintillanti armature e maghi e stregoni intenti a preparare magiche pozioni”.
Sono certa che Jacopo non avrà mai paura dei mostri e delle ombre nello specchio, perchè la mamma è accanto a lui per tasformare quelle ombre in meravigliosi e coraggiosi riflessi. Questo fanno le mamme, fanno magie.





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