Strani giorni.
Giorni lunghi e silenziosi, unici e inaspettati. Giorni pieni di preoccupazioni e fin troppe parole, perché abbiamo sempre qualcosa da dire, da criticare, da obiettare. A me, invece, il silenzio piace.
Forse perché ho già una quotidianità molto silenziosa visto che, a differenza della maggior parte dei miei amici, io non ho un bambino in casa che mi fa venire il mal di testa con mille domande, io non devo spiegare a nessuno cos’è il Coronavirus e perché le scuole sono chiuse, io non mi sono mai sentita chiamare mamma.
Giordano è autistico non verbale, per il momento, e viviamo già in quel silenzio che la quarantena ha solo esteso intorno a noi, per le strade, nella città. Apro le finestre e tutto ciò che sento è il meraviglioso silenzio di una situazione surreale, che nessuno di noi poteva neanche lontanamente immaginare, un silenzio dove i più chiacchierano a sproposito e molti si disperano, si affliggono, danno spazio alle proprie paure rendendole mostri che fagocitano ogni briciola di logica e ragione. A me i mostri non piacciono. Preferisco le principesse che sconfiggono i draghi, ai mostri che mangiano tutti, indistintamente, buoni e cattivi.
Vi dico la verità: non riesco a disperarmi per questa emergenza sanitaria. Ho scelto di rintanarmi nel silenzio della quarantena ancor prima che l’ennesimo decreto imponesse a tutti di stare a casa, di certo non perché potessi prevedere gli sviluppi dell’epidemia ma semplicemente perché mi pareva assolutamente logico rispettare quelle misure restrittive di cui non ho mai avuto memoria in altre situazioni. Inizialmente, come tutti, ho solo pensato: oddio no, altri quindici giorni senza scuola! il pensiero è durato ben poco e ha lasciato spazio a considerazioni un tantino più razionali che, nonostante tutto, sono state criticate. Opinioni che lasciano il tempo che trovano, giusto per rispondere a qualche critica inopportuna che mi è arrivata.
Ognuno di noi è il frutto delle proprie esperienze e le nostre scelte sono dettate da quel bagaglio di eventi e situazioni che ci portiamo dentro, nel silenzio delle nostre storie; le mie valigie sono piene di dieci anni di lavoro in aeroporto, in mezzo alla gente, tra emergenze sanitarie e terroristiche, sensazioni di precarietà assoluta che non dimenticherò mai, che mi hanno fortificata, e che oggi mi impediscono di cedere al panico. C’è un unico momento della mia vita in cui io ricordo questo stesso silenzio invadente e totale, carico di angoscia e stupore: è un ricordo della mia vita aeroportuale, di quell’11 settembre, di quel lungo attimo sospeso in cui la vita frenetica e chiassosa di un mondo di arrivi e partenze, si è del tutto fermata, increduli tutti, e attoniti, uno spicchio di umanità immobile davanti ad una tragedia che avrebbe cambiato il corso delle nostre vite tutte, in modo più o meno definitivo, della nostra percezione degli altri, dei tempi, di questo mondo a volte troppo assurdo in cui viviamo.
Quel silenzio ora, lo sento quando apro la finestra, e la città è muta, sospesa, afflitta, alla ricerca di parole per riempire il silenzio, per spiegare perché in poche ore tutta la nostra quotidianità è stata stravolta, da un virus che a volte ancora sembra impossibile che possa arrivare a noi, proprio a noi. Eppure ciò che sta accadendo ci insegna che nessuno di noi può considerarsi immune e, sopratutto, nessuno si salva da solo. Anche questo nuovo silenzio cambierà la percezione del mondo, e spero se ne possa tirar fuori qualcosa di buono, perché prima o poi l’emergenza finirà e noi torneremo alla vita di sempre, che sarà comunque altra. Perchè ogni evento inevitabilmente ci cambia. Ogni situazione ci aiuta a scoprire altri noi stessi, magari migliori di quelli che eravamo qualche giorno fa. Forse un po’ più spaventati ma comunque diversi, nuovi. Di nuovo sorridenti, o forse ancora sorridenti.
Strani giorni, difficili e pensierosi. Ripenso a questi ultimi anni, in cui la vita mi ha sempre cambiato le carte in tavola nel momento in cui mi sembrava che tutto stesse andando per il verso giusto. E anche queste considerazioni sono lì, tra le mie valigie fatte di tanti anni ed esperienze variopinte, e mi aiutano oggi a non cedere di un passo alla disperazione, perché davvero è un sentimento che non riesco a provare. Sono preoccupata, certo, e questo mi spinge ancor di più ad osservare rigorosamente le misure di contenimento imposte dal Governo. Sono preoccupata per tutti gli amici che ho nel Nord Italia e che vivono questo incubo da molto tempo ormai, e sono più esposti di me che vivo in una regione ancor poco contagiata dal virus. La strada che ho scelto è quella di evitare allarmismi, di attenermi alle direttive ministeriali, di consultare solo i siti governativi e lasciar perdere chiacchiere, chat, ricerche spasmodiche di notizie e tutta quella spettacolarizzazione e confusione mediatica più devastante del virus stesso. In tutta sincerità, a questo clamore preferisco il silenzio.
Questo è il link ufficiale el Governo dove poter seguire tutti gli aggiornamenti!
Sembra quasi un film, uno dei tanti sull’umanità sterminata da improbabili virus, quelle frasi d’effetto ora sono diventate il nostro mantra: non uscite, state a casa, il virus si sta espandendo, sta aumentando vertiginosamente il numero dei contagiati.. Davvero sembra un film di fantascienza e faccio fatica anch’io ad abituarmi a questa nuova realtà. All’inizio mi sono inevitabilmente arrabbiata: ho dovuto rimandare il mio lavoro di laboratori e feste, mi è impossibile consegnare i miei libri sensoriali e le uova di Pasqua per la raccolta fondi della Steps-Aba Onlus, non riesco neanche a contattare la Asl per alcuni certificati di cui ho urgentemente bisogno. Nel giro di una giornata la mia organizzazione quotidiana si è sgretolata, il mio tempo è cambiato fino a data da destinarsi. Perchè la palla di vetro per prevedere quanto questa emergenza sanitaria durerà non ce l’ha nessuno di noi. L’unica cosa che possiamo fare è aspettare, e allora, in questo momento di smarrimento, cerco solo di rimanere concentrata sulle priorità: e la priorità e tenere più lontano possibile da noi l’ipotesi di quelle rianimazioni, di quelle lunghe degenze fatte di medicine e sedazioni. Perchè solo il pensiero di un altro giorno in ospedale per Giordano, mi impone di non rischiare neanche per scendere a comprare un litro di latte. Le conseguenze per noi sarebbero devastanti e io, semplicemente, prendo tutte le precauzioni possibili.
In questo improvviso silenzio, cerco di riordinare i pensieri e quelle priorità ormai legate solo a Giordano: un mese senza scuola e senza terapie potrebbe avere effetti importanti, negativi, rallentare i suoi apprendimenti, sicuramente, e scatenare poi una miriade di comportamenti problema quando tutto, prima o poi, dovrà tornare alla normalità. C’è una frase che amo molto, presa da una poesia di Camus, che mi torna sempre in mente in questi momenti critici nel bel mezzo dell’inverno ho scoperto che vi era in me una invincibile estate… Finirà questo lungo inverno.
Per i bambini autistici i cambiamenti repentini non sono esattamente facili da accettare e gestire. Ne’ per noi genitori è semplice gestire il loro tempo, ora così dilatato, e aiutarli ad abituarsi a nuove routine e nuove certezze in cui riconoscersi e trovare il proprio equilibrio. E’ tutto estremamente complesso. Il mio più grande timore è che questa quarantena mandi all’aria il gran lavoro fatto nei mesi scorsi dalle terapiste ma neanche questo è un buon motivo per allarmarmi o disperarmi. Sono arrabbiata, certo, ma non sarà la confusione ad aiutarmi in un momento in cui risposte io non le ho e nessuno può darmene: non lo so cosa succederà quando riapriranno le scuole e il centro di terapia. Non lo so quali passi indietro avrà fatto Giordano in questo lungo periodo e quali passi avanti. Non so nulla. Niente. Zero. Non posso prevedere nulla. L’autismo è già imprevedibile di suo, figuriamoci l’autismo vissuto in una inaspettata quarantena.
Non mi appartengono né gli allarmismi né certi manifesti benpensanti del tipo andrà tutto bene. Per me il fatto che vada tutto bene non è solo scampare il contagio ma poter recuperare questo tempo sospeso per Giordano, poter avere la certezza che questo non rallenterà troppo i suoi apprendimenti e il suo percorso di crescita. Perchè un bambino autistico ha bisogno di un supporto costante, della terapia che per noi è uno stile di vita, ma io sono fondamentalmente una mamma, e non posso aiutarlo come la terapista può fare, né sono una maestra che ha altri strumenti per incentivare il suo sviluppo. Sono semplicemente una mamma, nel pieno di una silenziosa quarantena che ha scombussolato la vita a tutti.
Nel dubbio, nel silenzio di risposte che non posso avere, ho deciso quindi di fare la mamma e basta: di concentrarmi esattamente su quelle autonomie e competenze quotidiane in cui so di poter coinvolgere Giordano, piccole cose che lui accetta di fare, senza la frustrazione di insegnamenti a tavolino, in qualsiasi momento della giornata che può diventare un momento di crescita. Nè più né meno di come accade coi bambini a sviluppo tipico, anche se per noi tutto ciò è estremamente complicato. Complicato, però, non vuol dire impossibile. Eppoi i bambini sanno sempre stupirci: nell’impossibilità di prevedere cosa accadrà, non posso neanche prevedere come reagirà Giordano, posso solo dargli fiducia, e per ora se la sta meritando tutta. La sua quarantena al momento è una lunga estate senza compiti, con la mamma a disposizione 24 ore su 24, tra libri e dolcetti.
Strani giorni, è vero, ma chi non vorrebbe trascorrere una quarantena così, tra coccole, giochi e qualche cartone animato in più?!
Alessandra
PS: le bellissime foto di Giordano sono di Carmine Di Stefano, il fotografo che con tanta pazienza e attenzione ha seguito i nostri bambini per gli scatti del calendario della Steps-Aba Onlus! Ancora mi chiedo come sia riuscito a fotografare Giordano, che tutto è tranne che collaborativo quando si tratta di mettersi in posa!! Grazie Carmine e grazie Chiara, la terapista che l’ha aiutato dietro le quinte. Questi scatti sono un regalo prezioso!









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